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Thursday, September 17, 2026

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Ameer Fakher Eldin: «Yunan è il mio film sul silenzio di chi lascia casa»

Il regista Ameer Fakher Eldin racconta Yunan, il film sulla rinascita di un uomo che cerca pace in un’isola remota. Un viaggio tra silenzio, memoria e identità.

Un cinema fatto di esilio e silenzi

Nato in Ucraina da genitori siriani, Ameer Fakher Eldin porta sul grande schermo il secondo capitolo della sua trilogia sull’estraneità con “Yunan”, presentato in concorso alla 75ª Berlinale e ora in sala con Fandango.

Il protagonista, Munir, è uno scrittore siriano che si rifugia in un’isola remota per curare il trauma degli attacchi di panico. Lontano da tutto, troverà una forma di rinascita spirituale, grazie al rapporto con la natura e con i ricordi.«Ho immaginato chi ho paura di diventare»

Pur non essendo autobiografico, il film nasce da una paura personale:

«Mi sono chiesto chi potrei diventare se mi perdessi. “Yunan” esplora cosa resta di una persona quando non ha più appigli. Se natura e contatto umano possano salvarci. È un film sulla rinascita».

L’isola che scompare e riappare: una metafora del ritorno

Il paesaggio in “Yunan” non è solo sfondo: è un personaggio vivo.

«L’isola scelta per il film d’inverno sparisce sotto l’acqua. Ma poi riemerge. Come il passato: non è mai perduto del tutto, ma non torna mai uguale. È una metafora del ritorno, dell’identità che cambia».

Sogno e realtà si confondono

Il film sfuma spesso tra memoria, sogno e presente, senza segnali chiari per lo spettatore.

«I colori diventano più caldi nei ricordi. Munir cerca la madre nei sogni, sa di sognare ma continua a parlare con lei. Lei gli dice: “Segui la tua immaginazione, senza tradire te stesso”. È un film per chi si sacrifica per pensare, per sentire».

Il montaggio come gesto personale

Fakher Eldin ha curato scrittura, regia e montaggio, un processo che definisce faticoso ma necessario:

«Il montaggio è dove il film prende vita. Cerco lo jamais vu, quella sensazione di qualcosa che conosci ma non riesci a riconoscere. È lì che capisco che il film è completo».

Il ritmo del montaggio segue anche il respiro di Munir, bloccato dai suoi attacchi di panico. Solo nel finale, quando rivede la madre, arriva un respiro pieno.

Un film per cercare la rinascita (forse anche personale)

«Non so se ho già vissuto la mia rinascita. Forse questa intervista lo dimostra. Ma non voglio mai arrivare al sollievo. Quando l’arte diventa troppo serena, rischia di diventare finta. Per me, l’immaginazione è sopravvivenza».

Una trilogia sull’estraneità: cosa aspettarsi dal terzo film

Yunan segue The Stranger (2021) e anticipa il terzo capitolo della trilogia:

  • In The Stranger, il protagonista è nostalgico per un futuro mancato.
  • In Yunan, la nostalgia è per un passato immaginario.
  • Nel terzo film, il personaggio non sarà più vittima.

«La nostalgia può essere tossica. Il mio prossimo film parlerà di un uomo che vuole esplorare il tempo come fosse spazio. Uno che non accetta che le persone cambino. Voglio mostrare un’altra faccia della nostalgia».

Con Yunan, Ameer Fakher Eldin conferma la sua poetica fatta di silenzi, spazio interiore e paesaggi che parlano. Un film che non offre risposte ma accompagna nel mistero del sentirsi fuori posto — e forse anche nel desiderio di tornare, cambiati.

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