Riduttivo definire “Adolescence” una storia di un crimine adolescenziale. È un’indagine profonda sull’identità, sulla responsabilità e sulla complessità delle dinamiche umane. Attraverso quattro episodi girati interamente in piano sequenza, la serie trasforma lo spettatore in un testimone silenzioso della caduta libera di un’anima ancora in costruzione.
La trama ruota attorno al protagonista Jamie Miller, un tredicenne arrestato con l’accusa di aver ucciso una compagna di classe. Aldilà della trama crime interessante, la serie apre interrogativi più profondi: cosa trasforma un bambino in un possibile colpevole? Quali meccanismi sociali e psicologici contribuiscono a plasmare la violenza?
Il peso dell’ambiente sulla psiche adolescenziale
“Adolescence” indaga sul concetto che in psicologia viene definito di determinismo sociale: Jamie è davvero libero di scegliere il proprio destino o è il prodotto di un sistema che lo ha plasmato? Lo psicologo Albert Bandura parlava di apprendimento sociale, sostenendo che i comportamenti aggressivi non sono innati, ma vengono interiorizzati attraverso esperienze, modelli e influenze ambientali.
La famiglia, la scuola, i social media e la società in tutte le sue sfaccettature, lavorano e influenza la costruzione dell’identità, di ogni singola identità. Jamie, come tantissimi coetanei, si trova esattamente in bilico tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta. Non possiede ancora gli strumenti per decifrare le proprie emozioni. Il suo volto, spesso impassibile, è il simbolo della confusione interiore di chi non sa se essere vittima o carnefice.
L’adolescenza come rito di passaggio
In molte culture antiche, il passaggio dall’infanzia all’età adulta era segnato da rituali che insegnavano ai giovani a riconoscere e gestire il proprio potenziale distruttivo. Oggi, invece, questo passaggio è lasciato all’indifferenza della società, ai ritmi frenetici e alla solitudine causata dal digitale.
“Adolescence” non fa sconti, attraverso primi piani che non lasciano spazio di distrazione allo spettatore, ci costringe a chiederci: cosa succede quando un giovane non trova un senso? Quando non ha un rito di iniziazione che lo aiuti a trasformare la sua confusione in crescita? La violenza, in questo contesto, diventa un atto estremo di espressione, una richiesta di esistere in un mondo che lo ignora, che lo vede come quel 80% di uomini sarà sempre ignorato o addirittura perseguitato dalle donne.
Un’arte senza filtri: il realismo spietato del piano sequenza
Dal punto di vista cinematografico, l’uso del piano sequenza amplifica il senso di ineluttabilità. Non c’è montaggio, non ci sono pause: la vita accade, e noi siamo costretti a guardarla. La scelta registica riflette perfettamente la condizione adolescenziale: un flusso ininterrotto di emozioni che spesso sfugge al controllo.
Il risultato è un’esperienza quasi teatrale, dove la tensione non cala mai. Lo spettatore diventa un osservatore intrappolato, proprio come il protagonista, in un universo che non concede tregua.
Una storia che spinge a riflettere sull’educazione genitoriale, sulla società e sul nostro fallimento nel comprendere i giovani prima che sia troppo tardi, ignorando segnali talvolta rivelatori di instabilità.
In un mondo che si affretta a giudicare senza ascoltare, questa serie ci invita a fermarci. A guardare. Ad interrogarci. Perché ogni adolescente in bilico potrebbe essere Jamie. E ogni adulto che ignora il suo dolore potrebbe essere complice della sua caduta.
La parte finale, è sicuramente quella che lascia con più interrogativi. Jamie comunica la sua decisione al padre: un primo segno di consapevolezza e di maturità in un mondo dopo spesso sono i genitori stessi a non voler aprire gli occhi per non ammettere il proprio fallimento.
Susy C.



